Antonio Fazio – L’ex governatore della Banca d’Italia ospite della Banca Popolare del Frusinate

Antonio Fazio, una lezione sul futuro:
«Il segreto sono gli investimenti»

 

Non il potere, ma la responsabilità. È forse questa l’immagine più forte lasciata dall’incontro con Antonio Fazio, già Governatore della Banca d’Italia, ospite della Banca Popolare del Frusinate per la presentazione del suo libro Le conseguenze economiche dell’euro.

A sintetizzarla, in chiusura, è stato il presidente della BPF Fabio Sbianchi: «Non capita tutti i giorni di partecipare a una lezione così intensa. Da questa mattina abbiamo avuto qualcosa di più. Abbiamo conosciuto una storia di sacrifici, di studio e lavoro, di aiuto tra fratelli. E abbiamo sfatato un mito, quello del potere. Abbiamo toccato con mano come dietro questa parola ci siano tanto studio e applicazione. E si arriva a queste responsabilità, e non al potere, perché qualcuno lo ha meritato».

Parole che hanno racchiuso il senso di una mattinata vissuta nella sala Bruno Di Cosimo della Banca Popolare del Frusinate, gremita per l’occasione. A fare gli onori di casa il presidente Fabio Sbianchi e il direttore generale Domenico Astolfi.

Fazio, nato ad Alvito e ancora profondamente legato alla sua terra, ha ripercorso la propria vita con una precisione sorprendente, alternando lucidità, umiltà e ironia. Dai primi sei anni di lavoro come geometra alla laurea con lode nel 1960, negli anni del grande sviluppo economico italiano. Ha ricordato di aver rifiutato due offerte di lavoro della BNL e del Monte dei Paschi, il grave incidente che lo costrinse a un lungo ricovero all’ospedale di Sora e perfino gli aneddoti familiari legati al referendum istituzionale, con il padre monarchico che, sorridendo, commentava: «Abbiamo perduto, perché De Gasperi si è schierato con la Repubblica».

Tra i ricordi universitari ci sono gli esami di diritto pubblico e di matematica generale, le difficoltà con gli integrali superate grazie all’aiuto del fratello ingegnere e la convinzione di aver compreso così bene le derivate da essere ancora oggi in grado di svolgerle.

Poi il concorso in Banca d’Italia, l’ingresso nel Servizio Studi e una scelta destinata a segnare il suo percorso. Avrebbe potuto guadagnare molto di più altrove, ma accettò di restare perché gli promisero un anno di studi negli Stati Uniti.

Era il 1962. Lì incontrò due giganti dell’economia mondiale, Franco Modigliani e Paul Samuelson. Frequentò corsi con pochissimi studenti, in un rapporto quasi personale con i docenti. Samuelson lesse il suo curriculum e conosceva alcuni dei professori italiani che lo avevano esaminato. Modigliani arrivò a offrirgli un posto come assistente, ma Fazio rifiutò.

La spiegazione, ancora oggi, è semplice: «Avevo una riconoscenza verso la Banca d’Italia che mi aveva mandato lì e poi avevo mia madre vedova e volevo tornare a casa».

Da quella scelta nacque una lunga carriera al servizio dell’istituzione. Partecipò alla costruzione del primo grande modello econometrico dell’economia italiana, voluto dal governatore Guido Carli, uno strumento che sarebbe diventato fondamentale negli anni della crisi petrolifera del 1974 e nelle politiche di difesa della lira. Anche in quel caso arrivarono proposte prestigiose, perfino dal Fondo Monetario Internazionale, ma Fazio preferì restare.

A un certo punto dell’incontro, quasi dimenticando il carattere celebrativo della giornata, si è alzato e ha iniziato a scrivere formule su una lavagna cartacea. Una sua assistente ha spiegato alla platea l’intuizione di Samuelson: il rapporto tra reddito nazionale e investimenti, il motivo per cui l’aumento degli investimenti genera crescita, occupazione e benessere.

È stato uno dei momenti più significativi dell’incontro. Perché Fazio, a novant’anni, non ha parlato con nostalgia del passato. Ha parlato di futuro.

Il racconto è arrivato agli anni della moneta unica e alle grandi discussioni europee. Ha ricordato il confronto con Carlo Azeglio Ciampi, favorevole all’euro mentre lui nutriva forti perplessità, senza che questo incrinasse il loro rapporto personale.

«Io ho fatto il mio dovere, perché non potevo sparare sull’Italia, ma non ero d’accordo», ha spiegato, raccontando le trattative che portarono all’ingresso del nostro Paese nella moneta comune e il delicato equilibrio tra convinzioni personali e responsabilità istituzionali.

Secondo la sua analisi, il problema dell’Europa non è la stabilità della moneta, ma la mancanza di investimenti. Ha citato il ruolo della Germania, l’accumulo di riserve e le politiche restrittive che hanno caratterizzato gli anni successivi, ricordando come prima dell’euro, grazie anche alla Cassa per il Mezzogiorno, il Paese avesse strumenti diversi per sostenere la crescita.

Da qui il ritorno agli studi di Samuelson e a una convinzione che continua a guidare il suo lavoro: «Il segreto sono gli investimenti».

Fazio ha spiegato che oggi l’Italia dovrebbe aumentare il volume degli investimenti di circa trenta miliardi di euro all’anno per avvicinarsi a una crescita del tre per cento. E, con l’entusiasmo di chi guarda ancora avanti, ha rivelato che si sta lavorando a una proposta di legge per incentivare lo sviluppo e che ci sarà occasione di tornare a discuterne.

Non è mancato uno sguardo al territorio. Ha parlato della provincia di Frosinone e del Mezzogiorno, ricordando come la differenziazione salariale accettata da Giuseppe Di Vittorio e Giulio Pastore abbia contribuito a rendere possibile l’insediamento della Fiat e, successivamente, di altri investimenti industriali nel Sud.

In chiusura, il direttore generale Domenico Astolfi, a nome del consiglio di amministrazione della Banca Popolare del Frusinate, ha ringraziato Fazio per la sua «competenza e la straordinaria capacità narrativa», sottolineando come abbia offerto al pubblico «una prospettiva storica, economica e culturale di grande valore», annunciando anche la volontà della banca di promuovere altri appuntamenti di questo livello.

Ma l’immagine che resta è quella di Antonio Fazio davanti a una lavagna, intento a tracciare formule economiche con il pennarello. Novant’anni, una memoria prodigiosa e la stessa convinzione maturata negli anni americani accanto a Modigliani e Samuelson: il futuro non si costruisce con la rassegnazione, ma con gli investimenti.